La corsa come meditazione

Correre e meditare. Due discipline apparentemente distanti ma che che invece per chi corre da un po’ non lo sono affatto. Sì perché, non è solo Murakami a dirlo, c’è tanta meditazione nella corsa, soprattutto nelle lunghe distanze.

E chi corre con continuità affida spesso alla corsa riflessioni, pensieri, talvolta decisioni. La corsa permette di elevarsi, per trascendere, per guardare le cose da un punto di vista diverso. Se non ci credete, provate. E se volete provare, ecco i miei consigli, basati ovviamente su esperienza personale:

– prima di partire focalizzate i punti chiave, ovvero gli argomenti su cui vi serve riflettere o decidere; meno ampio è lo spettro di riflessione, più la meditazione potrà risultare efficace, quindi puntate all’essenza del problema; per chi come tende a distarsi facilmente, fissare punti chiare aiuta anche a non perdere il focus;

lasciate a casa l’orologio – o perlomeno non guardatelo; che per carità, se ci riuscite avrete tutta la mia stima, ma essendo concentrati su altro sarà difficile badare anche ai tempi. Spoiler: andrete probabilmente più veloci del solito comunque, perché i pensieri vi distrarranno dalla fatica;

prendetevi il giusto tempo – se siete di fretta, probabilmente, non funzionerà; curate il prima, il durante e il dopo; anche il post allenamento ha una grande importanza in questi casi; godetevi il silenzio, i vostri rituali e traete le vostre conclusioni dopo la corsa;

fate un percorso che conoscete – non dovete pensare alla strada ma al tema che vi sta a cuore in quel momento; se vi orienterete in automatico avrete meno possibilità di interrompere il flusso di coscienza;

la musica come alleato; questo è un tema molto personale perché dipende dalle vostre abitudini e dal vostro gusto, ma non è escluso che la musica possa aiutarvi nel concentrarvi sui pensieri, creando un rumore di fondo che diventa una sorta di barriera tra voi e la realtà circostante (in questo caso valgono tutte le accortezze per correre con la musica nelle orecchie, evitando di mettersi in pericolo laddove serve sentire i rumori che ci circondano)

Insomma, se vi ho incuriosito o se avete già dimestichezza con questo tipo di attività, non vi resta che provare a fare come faccio io. E se avete consigli o punti di vista da condividere, vi aspetto ;).

La musica

Come alleato

Il privilegio di correre

Capita a tutti. Ci sono momenti in cui l’insoddisfazione ci mette a dura prova, con quella sensazione di non fare mai abbastanza. Sentiamo di potere e dovere fare di più. E questa insoddisfazione ci butta giù.

Quando mi succede lascio i pensieri liberi di scorrere nella mia mente, come un fiume in piena. Quando poi riprendo un po’ di lucidità, quello che cerco di fare è ripensare a dove ero fino a 3 anni fa.

In poco più di due anni non ho solamente perso 35 kg, ma ho ripreso in mano la mia vita dal punto di vista dell’alimentazione e del movimento. Ho creato i presupposti per far sì che ora quando corro 5 km non sono soddisfatto. Una volta 5 km mi sembravano tanti anche in automobile.

Ho creato i presupposti per poter correre ovunque io voglia, quando ne ho voglia. Per poter fare sport e sentirmi vivo, arrivo, in forma.

Ben venga quindi quell’insoddisfazione che mi capita di vivere adesso che ho opportunità che pensavo non avrei mai avuto. Rassegnato al mio stile di vita, prima di iniziare questo percorso avevo rinunciato alla possibilità di essere uno sportivo. Solo il susseguirsi degli eventi che ho poi deciso di raccontare hanno permesso un ribaltamento della situazione.

Adesso quindi, ogni volta che corro, che faccio fatica, che godo dell’effetto delle endorfine, devo solo ricordarmi che alla fine sono un privilegiato. E posso decidere, adesso o domani, la prossima sfida, il prossimo obiettivo.

La mia nuova MTB.

Chi va piano va lontano

Se da una parte la velocità, in termini sportivi, non è mai stata una delle mie caratteristiche, dall’altra non mi ha neanche mai attratto un granché. E, aldilà dello sport, a me piace sempre e comunque andare alla velocità “giusta“. Se pensate poi al fatto che ho iniziato a correre che pesavo più di 100 kg e ora che ho una vita attiva e ho trovato continuità nello sport ne peso circa 90, capite bene che essere veloce non può e non deve essere una delle mie priorità.

Non sono più extralarge nel vero e proprio senso della parola, ma la stazza alla fine è sempre ben sopra la media, soprattutto se parliamo di runner. Facendo ricerche qua e là, più per diletto che per necessità, ho scoperto che l’aumento della velocità nella corsa grazie alla perdita di peso è di circa 2 secondi e mezzo per km percorso, per ogni chilo in meno.
Si tratta ovviamente di una stima, ma è facile capire perché chi pesa 15-20 kg meno di me possa ambire a performance ben diverse. Ci sono poi certamente altri numerosi fattori: tecnica, allenamento, capacità aerobica, reattività muscolare. Non voglio certo dire che pesare meno sia sufficiente per trasformarsi in Bolt.
Ma insomma, per farla breve, a me di diventare veloce interessa davvero poco. Ovviamente siamo naturalmente portati a migliorarci, già solo allenandoci con continuità. È logico provare a darsi degli obiettivi, e la soddisfazione dei miei PB soprattutto sui 10km me la tengo ben stretta. Ma non sono una persona che ama seguire tabelle per scendere di qualche secondo, tantomeno mi vergogno nell’esibire tempi di corsa che spesso vanno sopra i 6 minuti al chilometro.

L’ebbrezza della corsa io la vivo piuttosto per le distanze. Già solo pensare di percorrere, per un allenamento, 10 o più km, mi dà un’enorme soddisfazione. Misurare le distanze che abitualmente percorrevo a malapena in auto e pensare di averle percorse sulle mie gambe mi regala emozioni. Ed è cresciuta in me la consapevolezza di quanto sia lungo effettivamente un km. A parole è semplice, ma percorrerlo quando non ne hai più è tostissima. A dire il vero anche 100 metri possono sembrare infiniti, talvolta.

In ultimo, come dico sempre, correre per me ormai è diventato un modo per esplorare i dintorni di qualsiasi destinazione. La borsa da running, vicino alla valigia per le vacanze (lunghe o brevi che siano) non manca mai.

Insomma, veloci o no, l’importante è davvero sapersi godere il viaggio e le sensazioni che regala. Tutto il resto fa solo da contorno.

Done is better than perfect

Ovvero, letteralmente: fatto è meglio che perfetto.

Si, perché sono convinto che se aspettiamo di fare le cose quando ci sono tutti i presupposti per farle come vorremmo, corriamo il rischio di non farle più. Quindi è meglio iniziare a farle, poi si vedrà come migliorare.

“Ok, ma cosa c’entra questo con la corsa, Federico?”. Immagino già questa vostra domanda, più che lecita. C’entra, c’entra eccome. Vi spiego perché. Molto spesso ricevo commenti e messaggi sulla continuità, sul come essere continui, sul come trovare motivazioni per allenarsi senza lunghe pause. Ecco allora che il detto di chi sopra diventa fondamentale: non dobbiamo focalizzare l’attenzione totalmente sulla qualità di quello che riusciremo a fare. Perché non sempre avremo tutte le migliori condizioni per una performance impeccabile, almeno se conduciamo una vita normale, fatta di impegni, imprevisti, doveri. Ma tutti abbiamo ogni giorno quel poco tempo a disposizione per fare qualcosa. Quindi bene, facciamolo! Non ho tempo per fare i 10 km che mi prefissavo? Ne farò 5. Oggi non ho voglia di correre? Posso comunque camminare, o andare in bici. Non ho voglia di fare l’allenamento che la tabella indica per oggi? Esco e corro a sentimento. L’importante è, secondo me, non evitare di uscire saltando completamente quello che avremmo voluto fare. Perché oltre ad alimentare un potenziale senso di colpa, così facendo rischiamo anche di perdere motivazione e quindi di lasciarci andare.

Vedremo allora che poi, non perdendo colpi, alimenteremo un circolo virtuoso che ci darà sicuramente grande soddisfazione.

Perché se l’appetito viene mangiando, la costanza viene facendo.

Siamo tornati

Quanto ci è mancato tutto questo? Vi dico la verità, questa mattina ero stranito. Ho mascherato con entusiasmo sensazioni in realtà molto contrastanti. Uscire all’aperto dopo così tanto tempo mi mette un po’ a disagio.

Questo nemico invisibile, per di più, ha risvegliato il mio lato ipocondriaco. Ho paura dell’ignoto che ci circonda, dell’euforia incondizionata che potrebbe riportarci nel baratro.

Ma, c’è un ma. E il ma è che niente e nessuno mi avrebbe fermato stamattina. Sarei uscito a correre a qualsiasi costo. Lo dovevo a me stesso, alla mia storia recente, al mio corpo.

Me lo dovevo per ritrovare un po’ dello spirito sopito. Lo spirito di chi lotta per conquistare qualcosa. Di chi si ricorda di essere qualcuno anche e soprattutto quando è solo e lotta contro i suoi limiti. Non è facile. Di fatto mi fa ancora una certa impressione la mia immagine con la mascherina sul viso. Ma ci deve essere un barlume di normalità, di respiro, in quello che facciamo, da oggi. E la mia normalità è la corsa. La mia strada, le mie campagne, i miei orari, le mie cascine, i miei casolari isolati nel verde.

Il mio posto preferito, a 2 km da casa.

La mia normalità sono le gocce di sudore, il fiato corto, il rumore dei passi sull’asfalto. La mia normalità è la fatica fine a se stessa che regala quell’enorme soddisfazione che solo chi corre può comprendere. La mia normalità è la resilienza, è lottare ogni giorno coi fantasmi.

Il resto può attendere. La corsa forse no.

Mi manca correre

Mi manca correre.
Ne sto parlando poco, ultimamente. Semplicemente perché non è importante ora e ho ritenuto fosse il caso di non allenarsi in strada, e di non farne un dramma.
Però, mi manca correre.
Mi manca il profumo dell’erba che a marzo, tu voglia o no, inizia a farsi sentire. Il sole tiepido che inizia a scaldare l’aria.
Non corro da settimane ormai, prima per la schiena, poi per lo scenario apocalittico che mi circonda.
Ma mi manca correre.
Mi manca quel senso di libertà, di solitudine, di fatica fine a se stessa. Quella fatica che serve solo a dimostrarti che ehi, ci sei, ce la puoi fare, tra i tuoi mille difetti vali qualcosa. Tra i tuoi mille limiti, quello puoi superarlo.
Aspettiamo tempi migliori, e per carità, non intendo per la corsa.
Ora ci sono cose più importanti da risolvere, per il bene di tutti.
Però…mi manca correre.

Il lato positivo

Capita a tutti, quindi anche a me. Ero all’inizio della preparazione invernale in vista dei primi appuntamenti che mi ero dato in febbraio. 12 km in programma, tanta (troppa) voglia di migliorare e salire di velocità e distanze. Negli occhi la saga di Rocky che ho visto interamente durante le vacanze natalizie.

Affondo un allungo veloce sul finale. E ma schiena mi molla. Da lì, quindici giorni di fastidì, dolori, allenamenti saltati. Finché ti rendi conto che è meglio fermarsi un attimo per poi ripartire di slancio. Una contrattura, nulla di particolarmente serio. Ma è quel tipo di fastidio che quando meno te l’aspetti ti ricorda che no, non sei al cento per cento, e devi stare attento.

Il bivio è sempre quello: correrci sopra, sperando di non peggiorare, per inseguire gli obiettivi? Oppure è meglio fermarsi?

Ai posteri l’ardua sentenza. La mia sentenza è che di certo non mi avventurerò in una mezza improbabile in quel di Vittuone, il 9 febbraio. A malincuore, ci tenevo molto. Ma non voglio forzare inutilmente.

L’infortunio ha un unico lato positivo: ti insegna a scoprire il tuo limite e soprattutto a tenere a mente che sei limitato. Qualsiasi sia il tuo livello, devi conoscere fin dove potrai arrivare ed è inutile bruciare le tappe se il fisico non te lo consente.

Ora riposo e allenamento blando fino a quando non sarò pronto a puntare di nuovo ai 21 km. Da lì ripartirà qualsiasi altra ambizione.

Pensiero del mattino

Guardati allo specchio e vedrai il tuo unico vero avversario.

Quello che non ti vuole fare alzare presto.

Quello che non ti vuole far uscire se fa freddo.

Quello che non crede in te.

Quello che ti riempie la testa di pensieri pesanti come pietre ammassate.

Se riesci a non dargli retta, ti aspetta l’alba, col suo rosso sopra le file di alberi.

L’aria pungente che sa di buono e ti pizzica le guance.

Il manto di foglie che come un tappeto accoglie i tuoi passi.

Il silenzio assordante del mattino, nel quale cercare ogni risposta.

Diario di inizio estate

Ebbene sì. Manco da un po’ su queste pagine. Ma come ho avuto modo di far capire negli ultimi post, è stato un maggio intensissimo di appuntamenti di vita e di lavoro che mi hanno per forza di cose distratto dalla corsa. Distratto, ma non distolto. Perché continuo a correre. E quando non lo faccio è un dramma, col senso di colpa che fa capolino per la paura di perdere quanto ho faticosamente e con soddisfazione costruito da un anno a questa parte.

Già, perché un anno fa ancora non avevo iniziato a correre. Camminavo, sì, ma non è lo stesso. Perché il cambio di mindset, gli obiettivi ambiziosi, il percorso di rinascita, sono arrivati dopo.

In ogni caso, come dicevo, sto correndo. Mantengo una media di 18-20 km alla settimana, con 3 uscite da 6 di base. L’obiettivo è mantenere la forma in vista di settembre, quando di certo programmerò la prossima mezza maratona.

Il caldo si fa sentire ed è una vera insidia per gli allenamenti. I trucchi che ho messo in pratica finora sono molto banali e semplici, ma sono del resto gli unici a disposizione:

– correre al mattino presto o la sera tardi; GUAI a correre con il sole addosso, rischia di diventare troppo impegnativo per chi non è sufficientemente allenato;

– cambiare itinerario in base alle mitiche fontanelle; ce ne sono sempre meno, ma ci sono, e aiutano nel momento di arsura che – nel mio caso – arriva al quinto km di allenamento.

Per il resto bisogna ovviamente vestirsi poco.

A breve andrò al mare sperando di potermi concedere svariate corse su bagnasciuga e lungomare.

Compierò proprio lì, sul mare, il primo compleanno da runner.

Il ruggire del vento (Half Marathon Como 2019)

Avete mai sentito il vento ruggire? Io sì. Domenica.
Mi apprestavo a correre la mia seconda mezza maratona.

Alzato di buon’ora – alle 6, per la precisione – recupero il cellulare, apro Facebook e vedo che l’organizzazione suggerisce di portare l’antivento. Cazzarola, io l’antivento non ce l’ho. Ho messo in borsa un poncho usa e getta perché le previsioni davano pioggia fino a poco prima della partenza, ma non mi aspettavo di dover pensare al vento. Mentre cerco di svegliarmi per bene e riflettere lucidamente, mi dirigo verso l’armadio per cercare il k-way. È l’unica cosa che potrebbe ripararmi. Nel frattempo sento dall’esterno il sibilo sinistro del vento e realizzo che quindi il problema è reale. Non è un eccesso di scrupolo, c’è tempesta davvero. Recupero il k-way, e mi rendo conto che è gigantesco, almeno 3 taglie più grande. Ma non ho scelta, toccherà mettere questo.

Mi vesto, puntando ad avere quindi tre strati: maglia corta, maglia lunga, k-way. Mi dirigo a quel punto in cucina per la colazione, guardando il meteo su Como, e non ci sono dubbi: farà freddo. Ma ormai siamo in ballo e balliamo.

Arriva coach a prendermi in auto, scendo, sento il gelo avvolgermi, l’aria è umida, ha finito di piovere da poco. Salgo in macchina e cominciano a scherzare sulle condizioni avverse. In poco più di 40 minuti siamo a Como. Troviamo parcheggio a 50 metri dall’ingresso del ritrovo. Ovvio: la città è deserta. Sono tutti a letto, o in ogni caso al caldo. Scesi dall’auto ci rendiamo conto che il meteo è ben peggio di quello che potevamo pensare. C’è un vento terribile, gelido e forte, che tira dai monti. Le acque del lago sono agitate, sembra che vogliano esondare, si scontrano a riva sugli scogli e gli schizzi raggiungono il lungolago senza alcuna difficoltà. Incrociamo lo sguardo di altri runner arrivati sul posto e vediamo la stessa aria perplessa che con ogni probabilità loro potranno scorgere sui nostri volti. Tolto il lato goliardico della situazione, che ci strappa qualche risata, c’è ben poco da ridere.

Avviso mia moglie dicendole di non muoversi da casa. Il pranzo in riva al lago che avevamo organizzato è rimandato, non c’è alternativa. E ci infiliamo allora nei locali dello stadio comunale per recuperare i pettorali. Una volta ritirato il pacco gara viene dato un avviso: la 10 km viene ridotta a 8 su ordine del prefetto. Ah. E la mezza?

La mezza è confermata, dicono che il percorso è piuttosto riparato. Questi sono i momenti in cui alla fine è normale chiedersi “chi te lo sta facendo fare”. Tu in realtà lo sai. La risposta ce l’hai, non devi neanche stare a cercarla troppo. Quindi ok, corriamo.

Ci prepariamo in macchina, unico punto riparato, anche se il vento è talmente forte da farla oscillare.

Usciamo giusto in tempo per fare un minimo di riscaldamento, dopodiché si parte. Nonostante il clima ostile – il vento non fa neanche finta di diminuire – si respira il classico entusiasmo da partenza. Tutti pronti a far scattare gli orologi, la partenza regala già i primi brividi quando nel passaggio verso il lungolago l’acqua sembra esondare, invadendo la passerella e creando quindi discreto panico tra i corridori, che fanno del loro meglio per saltare le pozze e preservare le scarpe asciutte.

Io ci riesco, più o meno. Ma il bello inizia adesso. Mi avevano detto che il percorso sarebbe stato tosto, ma non così come si prospetta. Dopo 500 metri siamo già in salita. E qui capisco che il trend non cambierà. Si sale. Si scende. Si sale. Si scende.

Fino a quando la salita si fa più dura. “Questa è la parte più tosta, e il problema è che al ritorno questa discesa diventa salita, e la trovi circa al 16 esimo km” ci dice un runner con cui condividiamo il passo. “Ah, ottimo”, penso tra me e me. E qui capisco che il tempo è una variabile da non contemplare oggi, poiché sarà impossibile fare meglio di Brescia. La corsa in salita non è la mia tazza di tè, per usare un eufemismo caro agli inglesi.

Ad ogni modo corro, non mollo. Arrivo al giro di boa dopo aver usufruito di entrambi i primi ristori per bere. Faccio mente locale e realizzo che per essere a metà percorso sono piuttosto provato. È normale: ho corso in salita per la metà del tempo, non ci sono abituato. Ma voglio arrivare in fondo al meglio che posso. Quindi testa bassa e correre.

Il punto più duro in assoluto non tarda ad arrivare, ed è proprio all’altezza del 16esimo km. La salita è tostissima, e sembra non finire mai. Più ne percorro, più sembra aumentare. Vedo finalmente la fine, e sul punto in cui si scollina posso tirare il fiato. Non fosse che la discesa è a suo modo altrettanto impegnativa per le mie gambe. Butto giù il secondo gel, come da programma. Il primo al 12esimo, il secondo al 17esimo.

Gli ultimi due km sono una dolce sofferenza, inutile negarlo, ma il profumo del traguardo quando ci riaffacciamo sul centro della città si fa sentire e mi dà la carica per terminare il percorso.

Questo è il momento in cui i pensieri riaffiorano, le idee su chiariscono, la gioia della corsa esplode perché il traguardo è vicino, e con esso è vicina la felicità che comporta tagliarlo.

All’arrivo non troviamo una folla acclamante, fa troppo freddo. Troviamo un piccolo gruppo di persone che resistono caparbiamente (a proposito, un grazie sentito a tutta l’organizzazione che ha lottato col maltempo per farci correre), ultimo sforzo per mettermi in posa per la foto di rito e poi eccola. La mia medaglia.

La metto al collo, la fatica si allevia, riprendo fiato. Dritto verso ristoro e doccia, si torna a casa carichi di km e soddisfazione.

Ora pensiamo alla prossima.