Siamo tornati

Quanto ci è mancato tutto questo? Vi dico la verità, questa mattina ero stranito. Ho mascherato con entusiasmo sensazioni in realtà molto contrastanti. Uscire all’aperto dopo così tanto tempo mi mette un po’ a disagio.

Questo nemico invisibile, per di più, ha risvegliato il mio lato ipocondriaco. Ho paura dell’ignoto che ci circonda, dell’euforia incondizionata che potrebbe riportarci nel baratro.

Ma, c’è un ma. E il ma è che niente e nessuno mi avrebbe fermato stamattina. Sarei uscito a correre a qualsiasi costo. Lo dovevo a me stesso, alla mia storia recente, al mio corpo.

Me lo dovevo per ritrovare un po’ dello spirito sopito. Lo spirito di chi lotta per conquistare qualcosa. Di chi si ricorda di essere qualcuno anche e soprattutto quando è solo e lotta contro i suoi limiti. Non è facile. Di fatto mi fa ancora una certa impressione la mia immagine con la mascherina sul viso. Ma ci deve essere un barlume di normalità, di respiro, in quello che facciamo, da oggi. E la mia normalità è la corsa. La mia strada, le mie campagne, i miei orari, le mie cascine, i miei casolari isolati nel verde.

Il mio posto preferito, a 2 km da casa.

La mia normalità sono le gocce di sudore, il fiato corto, il rumore dei passi sull’asfalto. La mia normalità è la fatica fine a se stessa che regala quell’enorme soddisfazione che solo chi corre può comprendere. La mia normalità è la resilienza, è lottare ogni giorno coi fantasmi.

Il resto può attendere. La corsa forse no.

Mi manca correre

Mi manca correre.
Ne sto parlando poco, ultimamente. Semplicemente perché non è importante ora e ho ritenuto fosse il caso di non allenarsi in strada, e di non farne un dramma.
Però, mi manca correre.
Mi manca il profumo dell’erba che a marzo, tu voglia o no, inizia a farsi sentire. Il sole tiepido che inizia a scaldare l’aria.
Non corro da settimane ormai, prima per la schiena, poi per lo scenario apocalittico che mi circonda.
Ma mi manca correre.
Mi manca quel senso di libertà, di solitudine, di fatica fine a se stessa. Quella fatica che serve solo a dimostrarti che ehi, ci sei, ce la puoi fare, tra i tuoi mille difetti vali qualcosa. Tra i tuoi mille limiti, quello puoi superarlo.
Aspettiamo tempi migliori, e per carità, non intendo per la corsa.
Ora ci sono cose più importanti da risolvere, per il bene di tutti.
Però…mi manca correre.

Il lato positivo

Capita a tutti, quindi anche a me. Ero all’inizio della preparazione invernale in vista dei primi appuntamenti che mi ero dato in febbraio. 12 km in programma, tanta (troppa) voglia di migliorare e salire di velocità e distanze. Negli occhi la saga di Rocky che ho visto interamente durante le vacanze natalizie.

Affondo un allungo veloce sul finale. E ma schiena mi molla. Da lì, quindici giorni di fastidì, dolori, allenamenti saltati. Finché ti rendi conto che è meglio fermarsi un attimo per poi ripartire di slancio. Una contrattura, nulla di particolarmente serio. Ma è quel tipo di fastidio che quando meno te l’aspetti ti ricorda che no, non sei al cento per cento, e devi stare attento.

Il bivio è sempre quello: correrci sopra, sperando di non peggiorare, per inseguire gli obiettivi? Oppure è meglio fermarsi?

Ai posteri l’ardua sentenza. La mia sentenza è che di certo non mi avventurerò in una mezza improbabile in quel di Vittuone, il 9 febbraio. A malincuore, ci tenevo molto. Ma non voglio forzare inutilmente.

L’infortunio ha un unico lato positivo: ti insegna a scoprire il tuo limite e soprattutto a tenere a mente che sei limitato. Qualsiasi sia il tuo livello, devi conoscere fin dove potrai arrivare ed è inutile bruciare le tappe se il fisico non te lo consente.

Ora riposo e allenamento blando fino a quando non sarò pronto a puntare di nuovo ai 21 km. Da lì ripartirà qualsiasi altra ambizione.

Pensiero del mattino

Guardati allo specchio e vedrai il tuo unico vero avversario.

Quello che non ti vuole fare alzare presto.

Quello che non ti vuole far uscire se fa freddo.

Quello che non crede in te.

Quello che ti riempie la testa di pensieri pesanti come pietre ammassate.

Se riesci a non dargli retta, ti aspetta l’alba, col suo rosso sopra le file di alberi.

L’aria pungente che sa di buono e ti pizzica le guance.

Il manto di foglie che come un tappeto accoglie i tuoi passi.

Il silenzio assordante del mattino, nel quale cercare ogni risposta.

Diario di inizio estate

Ebbene sì. Manco da un po’ su queste pagine. Ma come ho avuto modo di far capire negli ultimi post, è stato un maggio intensissimo di appuntamenti di vita e di lavoro che mi hanno per forza di cose distratto dalla corsa. Distratto, ma non distolto. Perché continuo a correre. E quando non lo faccio è un dramma, col senso di colpa che fa capolino per la paura di perdere quanto ho faticosamente e con soddisfazione costruito da un anno a questa parte.

Già, perché un anno fa ancora non avevo iniziato a correre. Camminavo, sì, ma non è lo stesso. Perché il cambio di mindset, gli obiettivi ambiziosi, il percorso di rinascita, sono arrivati dopo.

In ogni caso, come dicevo, sto correndo. Mantengo una media di 18-20 km alla settimana, con 3 uscite da 6 di base. L’obiettivo è mantenere la forma in vista di settembre, quando di certo programmerò la prossima mezza maratona.

Il caldo si fa sentire ed è una vera insidia per gli allenamenti. I trucchi che ho messo in pratica finora sono molto banali e semplici, ma sono del resto gli unici a disposizione:

– correre al mattino presto o la sera tardi; GUAI a correre con il sole addosso, rischia di diventare troppo impegnativo per chi non è sufficientemente allenato;

– cambiare itinerario in base alle mitiche fontanelle; ce ne sono sempre meno, ma ci sono, e aiutano nel momento di arsura che – nel mio caso – arriva al quinto km di allenamento.

Per il resto bisogna ovviamente vestirsi poco.

A breve andrò al mare sperando di potermi concedere svariate corse su bagnasciuga e lungomare.

Compierò proprio lì, sul mare, il primo compleanno da runner.

Il ruggire del vento (Half Marathon Como 2019)

Avete mai sentito il vento ruggire? Io sì. Domenica.
Mi apprestavo a correre la mia seconda mezza maratona.

Alzato di buon’ora – alle 6, per la precisione – recupero il cellulare, apro Facebook e vedo che l’organizzazione suggerisce di portare l’antivento. Cazzarola, io l’antivento non ce l’ho. Ho messo in borsa un poncho usa e getta perché le previsioni davano pioggia fino a poco prima della partenza, ma non mi aspettavo di dover pensare al vento. Mentre cerco di svegliarmi per bene e riflettere lucidamente, mi dirigo verso l’armadio per cercare il k-way. È l’unica cosa che potrebbe ripararmi. Nel frattempo sento dall’esterno il sibilo sinistro del vento e realizzo che quindi il problema è reale. Non è un eccesso di scrupolo, c’è tempesta davvero. Recupero il k-way, e mi rendo conto che è gigantesco, almeno 3 taglie più grande. Ma non ho scelta, toccherà mettere questo.

Mi vesto, puntando ad avere quindi tre strati: maglia corta, maglia lunga, k-way. Mi dirigo a quel punto in cucina per la colazione, guardando il meteo su Como, e non ci sono dubbi: farà freddo. Ma ormai siamo in ballo e balliamo.

Arriva coach a prendermi in auto, scendo, sento il gelo avvolgermi, l’aria è umida, ha finito di piovere da poco. Salgo in macchina e cominciano a scherzare sulle condizioni avverse. In poco più di 40 minuti siamo a Como. Troviamo parcheggio a 50 metri dall’ingresso del ritrovo. Ovvio: la città è deserta. Sono tutti a letto, o in ogni caso al caldo. Scesi dall’auto ci rendiamo conto che il meteo è ben peggio di quello che potevamo pensare. C’è un vento terribile, gelido e forte, che tira dai monti. Le acque del lago sono agitate, sembra che vogliano esondare, si scontrano a riva sugli scogli e gli schizzi raggiungono il lungolago senza alcuna difficoltà. Incrociamo lo sguardo di altri runner arrivati sul posto e vediamo la stessa aria perplessa che con ogni probabilità loro potranno scorgere sui nostri volti. Tolto il lato goliardico della situazione, che ci strappa qualche risata, c’è ben poco da ridere.

Avviso mia moglie dicendole di non muoversi da casa. Il pranzo in riva al lago che avevamo organizzato è rimandato, non c’è alternativa. E ci infiliamo allora nei locali dello stadio comunale per recuperare i pettorali. Una volta ritirato il pacco gara viene dato un avviso: la 10 km viene ridotta a 8 su ordine del prefetto. Ah. E la mezza?

La mezza è confermata, dicono che il percorso è piuttosto riparato. Questi sono i momenti in cui alla fine è normale chiedersi “chi te lo sta facendo fare”. Tu in realtà lo sai. La risposta ce l’hai, non devi neanche stare a cercarla troppo. Quindi ok, corriamo.

Ci prepariamo in macchina, unico punto riparato, anche se il vento è talmente forte da farla oscillare.

Usciamo giusto in tempo per fare un minimo di riscaldamento, dopodiché si parte. Nonostante il clima ostile – il vento non fa neanche finta di diminuire – si respira il classico entusiasmo da partenza. Tutti pronti a far scattare gli orologi, la partenza regala già i primi brividi quando nel passaggio verso il lungolago l’acqua sembra esondare, invadendo la passerella e creando quindi discreto panico tra i corridori, che fanno del loro meglio per saltare le pozze e preservare le scarpe asciutte.

Io ci riesco, più o meno. Ma il bello inizia adesso. Mi avevano detto che il percorso sarebbe stato tosto, ma non così come si prospetta. Dopo 500 metri siamo già in salita. E qui capisco che il trend non cambierà. Si sale. Si scende. Si sale. Si scende.

Fino a quando la salita si fa più dura. “Questa è la parte più tosta, e il problema è che al ritorno questa discesa diventa salita, e la trovi circa al 16 esimo km” ci dice un runner con cui condividiamo il passo. “Ah, ottimo”, penso tra me e me. E qui capisco che il tempo è una variabile da non contemplare oggi, poiché sarà impossibile fare meglio di Brescia. La corsa in salita non è la mia tazza di tè, per usare un eufemismo caro agli inglesi.

Ad ogni modo corro, non mollo. Arrivo al giro di boa dopo aver usufruito di entrambi i primi ristori per bere. Faccio mente locale e realizzo che per essere a metà percorso sono piuttosto provato. È normale: ho corso in salita per la metà del tempo, non ci sono abituato. Ma voglio arrivare in fondo al meglio che posso. Quindi testa bassa e correre.

Il punto più duro in assoluto non tarda ad arrivare, ed è proprio all’altezza del 16esimo km. La salita è tostissima, e sembra non finire mai. Più ne percorro, più sembra aumentare. Vedo finalmente la fine, e sul punto in cui si scollina posso tirare il fiato. Non fosse che la discesa è a suo modo altrettanto impegnativa per le mie gambe. Butto giù il secondo gel, come da programma. Il primo al 12esimo, il secondo al 17esimo.

Gli ultimi due km sono una dolce sofferenza, inutile negarlo, ma il profumo del traguardo quando ci riaffacciamo sul centro della città si fa sentire e mi dà la carica per terminare il percorso.

Questo è il momento in cui i pensieri riaffiorano, le idee su chiariscono, la gioia della corsa esplode perché il traguardo è vicino, e con esso è vicina la felicità che comporta tagliarlo.

All’arrivo non troviamo una folla acclamante, fa troppo freddo. Troviamo un piccolo gruppo di persone che resistono caparbiamente (a proposito, un grazie sentito a tutta l’organizzazione che ha lottato col maltempo per farci correre), ultimo sforzo per mettermi in posa per la foto di rito e poi eccola. La mia medaglia.

La metto al collo, la fatica si allevia, riprendo fiato. Dritto verso ristoro e doccia, si torna a casa carichi di km e soddisfazione.

Ora pensiamo alla prossima.

Quel ramo del lago di Como…

Questa nuova avventura avrà inizio proprio lì. Come fosse l’incipit di un romanzo. Invece sarà l’ennesima occasione per dimostrarmi quante cose siano cambiate in un solo anno. Guardate un po’ la foto qui sotto. Lo ammetto: mi fa un po’ impressione vedere foto di un anno fa in cui sono molto diverso. Stento a riconoscermi. Dall’esterno la differenza è evidente nell’apparenza. Quella che noto maggiormente io è nello sguardo. Nella luce che lo contraddistingue.

Impensabile. Semplicemente folle. Ecco come mi sarebbe sembrata la prospettiva di correre due mezze maratone entro la fine di maggio 2019. E invece…

E invece arrivo a questa seconda prova con tanti km nelle gambe anche se mi sono preparato con meno minuzia rispetto a Brescia. Non perché l’occasione meno importante, anzi. Ma semplicemente il tempo a disposizione per allenarsi è stato meno e ho dovuto rivedere la tabella con una versione soft.

Ad ogni modo sono arrivato a correre 18 km, come la volta scorsa. Un giro bellissimo, per altro, fiancheggiando il naviglio per 6km dopo partito da casa. Questa è la fortuna di vivere in un luogo come quello dove vivo: natura, campi, scenari eterogenei in pochi km.

E adesso Como. Questa volta nessuna trasferta particolare, raggiungeremo la partenza sul presto per recuperare il pettorale e poi via.

Mi hanno detto che il percorso non è banale poiché prevede qualche saliscendi. Poco male, cercherò di dare il massimo senza troppe pressioni. Quel che conta è godermela.

Vi racconterò come sempre tutte le sensazioni.

Stay tuned.

Prima della corsa: stretching sì o stretching no?

Esistono due categorie di runner: quelli che contemplano lo stretching prima della corsa, e quelli che invece lo reputano un errore.

La cosa certa invece è che tutti riconoscono come fondamentale la fase di riscaldamento. Che sia una sessione ad hoc o semplicemente un km iniziale di corsa “blanda”, riscaldarsi è necessario per evitare fastidi e infortuni.

Tornando allo stretching: è chiaro che “a freddo” bisogna muoversi con cautela, ma nel momento in cui abbiamo dei punti deboli (come ho già avuto modo di raccontare io ho avuto qualche problema alla bandelletta, ad esempio) l’allungamento muscolare può aiutare a distendere eventuali tensioni e affrontare la corsa in modo più agevole.

Quando fa freddo come in questo periodo io faccio stretching in casa al caldo, una volta vestito per uscire a correre. In questo modo evito di allungare i muscoli quando fuori ci sono 0 gradi.

Ovviamente invece dopo la corsa (appena si è finito di correre o dopo un po’ rispetto alla fine dell’allenamento) lo stretching è obbligatorio. Non ci devono essere scuse.

Vi lascio qui un link a un articolo di RunLovers che approfondisce ulteriormente il tema è offre alcune indicazioni “tecniche”.

@runner_extralarge

corri che ti passa soundtrack

“Corri che ti passa”: original soundtrack

Quando il mio collega e amico Andrea mi raccontava, mentre stava finendo di leggere il mio libro, le canzoni che Spotify gli faceva ascoltare quasi per caso durante la lettura di alcuni passaggi cruciali, mi sono immaginato davvero la mia storia come un film. Per carità non fraintendetemi, non che creda di avere una storia così importante da poter ambire davvero a vederla un giorno sul grande schermo.
Semplicemente ho usato l’immaginazione, per emozionarmi un pò.

E allora l’ho invitato a creare davvero una sorta di soundtrack, che potesse unire i capitoli della mia storia in un racconto rock&roll cross-generazionale. E lui lo ha fatto, facendomi uno dei più bei regali che mi potessero fare in questo momento.
Riascoltando questo saliscendi musicale, tra canzoni che conosco molto bene e canzoni che non avevo praticamente mai ascoltato, mi sono emozionato sul serio.
È stato bello rivivere e riassaporare ricordi anche “scomodi” con un sottofondo in grado di interpretarli.
Non vi nascondo, anzi, di essere scoppiato a piangere nel momento in cui, riascoltando Down in a hole dopo tanto (forse troppo) tempo, è esploso il riff di chitarra al minuto 1 circa.
La cosa bella di ogni storia – e la mia non fa eccezione – è che ognuno può farla propria, elaborandola con quanto ha dentro di sé.
Vi lascio a fondo pagina il link per ascoltarla su Spotify.
Di seguito invece ho raccolto i pezzi che la compongono, uno a uno.

CORRI CHE TI PASSA – SOUNDTRACK

  1. Qualcosa non va / ALICE IN CHAINS – Down in a hole

2. Preoccupazione / MOGWAI – I’m Jim Morrison I’m Dead

3. Non è la solita cosa / APPARAT – You don’t know me

4. Chi mi capirà? / DE ANDRÈ – Amico fragile

5. Ancora e ancora / MARLENE KUNTZ – Mala Mela

6. Voglio capire / NEGRITA – Provo a difendermi

7. Mi sento solo / THE DOORS – Riders on the storm

8. Voglio una soluzione / AUDIOSLAVE – Like a stone

9. Ci sono / THE ARCADE FIRE – Wake up

10. Mi guardo intorno / PFM – Impressioni di settembre

11. Il primo passo / CASPIAN – Run dry

12. Il primo giro / SIGUR ROS – Hoppìpolla

13. Sto correndo / JUNIP – Far away

14. Là in fondo c’è la mia famiglia / STEVIE WONDER – I believe

15. Ciao, sono uno che corre / GROOVE ARMADA – Look me in the eye sister

16. Ricordiamocelo / MANNARINO – Vivere la vita

“E adesso vivi.
Perché non avrai altro di meglio da fare, finché non sarai morto”.

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PLAYLIST SU SPOTIFY: https://open.spotify.com/playlist/1KuDL52yBjNHFxnwTerYWq

Runner Extralarge ritmo di corsa

L’importanza del ritmo

Nella preparazione della mia prima mezza maratona mi sto informando molto per capire da una parte come aumentare la mia resistenza e dall’altra come aumentare il passo.
Diciamo che al momento sto alternando allenamenti adatti a entrambi questi aspetti e per aumentare il passo sto provando a concentrarmi sul ritmo, ovvero sul numero di passi al minuto.
Questo perché, leggendo qua e là, ho compreso che la velocità consigliata dai più esperti per un ritmo adeguato è sui 175-180 bpm. Significa quindi che è necessario effettuare 175-180 passi al minuto.
Bene.

Credetemi, non è un ritmo da dare per scontato. Appena ho provato a valutare quale fosse il mio ritmo mi sono reso di essere piuttosto lontano da quella velocità. E ho capito quindi che avevo un nuovo obiettivo da raggiungere: aumentare il ritmo.
Già, ma come fare?

Ho notato in questi 8 mesi da runner neofita che nulla funziona meglio del correre con qualcuno più veloce di te. Correre con il mio “coach” mi ha permesso quasi sempre di abbattere il mio personale. Ma non avendolo ovviamente sempre a disposizione come “pacer” per ogni allenamento ho dovuto trovare un’alternativa. Questa alternativa è la musica.
Esistono svariate playlist su Spotify dedicate alla corsa, con svariati bpm.
Si tratta semplicemente di playlist in cui si susseguono canzoni che hanno un determinato ritmo e seguendole è possibile mantenere una cadenza adeguata.

Ovviamente – come sempre – è bene andare per gradi. Non avrebbe senso partire con una playlist a 175 quando corriamo a 150.
Io ad esempio sono partito con una playlist – questa – da 160 bpm. Mano a mano sono andato a incrementare.
Ne ho identificata ad esempio una da 175, la trovate qui.

Aumentando il ritmo noterete che di fatto non è necessario fare più fatica ma anzi, la corsa diventa più efficiente. Da una parte perché a livello posturale la velocità può giovare (se devi “tarellare” – andare veloce, ndr – e più facile restare coordinati). Dall’altra perché ogni passo restituisce energia alla nostra corsa, dandoci ulteriore spinta sulle gambe.

Se avete consigli, considerazioni o esperienze sul ritmo e su come aumentarlo per migliorare le performance, condividetele :).

@runner_extralarge