Qualcosa in cui credere

Prendo in prestito una frase di una canzone come inizio di questa mia riflessione.

E se non hai niente in cui credere,
non avrai niente che puoi perdere.
Sì, tranne te.

Ecco. Riflettevo in questi giorni, nelle mie peregrinazioni mentali, sull’importanza di credere in qualcosa. C’è chi ha una fede religiosa. Io personalmente non rientro in questa categoria e talvolta provo invidia. Ma la verità è che la vita offre a tutti la possibilità di credere in qualcosa seguendo o la propria spiritualità o la propria indole.

Ecco che allora forse anche io credo in qualcosa: da due anni credo nella corsa. Credo in uno stile di vita diverso. Credo nello sviluppo della propria capacità di superare il limite. Credo nella resilienza, un termine abusato, spesso ridicolizzato dalle mode, ma che ha in se il valore del saper superare le difficoltà.

Credo nei valori dello sport. Credo nel tempo dedicato a se stessi. Credo nel coltivare una passione.

Credo nella natura. Credo nei fontanili, che irrigano la mia terra, quella dalla quale provengo: la pianura padana fatta di campi di grano, risaie, granoturco.

Credo nelle radici salde da cui dipendiamo e nelle ali che ognuno di noi ha per spiccare il volo.

Credo anche nella paura, perché no. Nella paura del domani, nella paura di non farcela. Probabilmente non sarà così per tutti ma è proprio nei timori, spesso, che mi sento Vivo.

Insomma, credo in quel qualcosa che ti spinge ad andare avanti anche quando credi di non potercela più fare.

E credo che credere sia importante. O almeno credo.

Done is better than perfect

Ovvero, letteralmente: fatto è meglio che perfetto.

Si, perché sono convinto che se aspettiamo di fare le cose quando ci sono tutti i presupposti per farle come vorremmo, corriamo il rischio di non farle più. Quindi è meglio iniziare a farle, poi si vedrà come migliorare.

“Ok, ma cosa c’entra questo con la corsa, Federico?”. Immagino già questa vostra domanda, più che lecita. C’entra, c’entra eccome. Vi spiego perché. Molto spesso ricevo commenti e messaggi sulla continuità, sul come essere continui, sul come trovare motivazioni per allenarsi senza lunghe pause. Ecco allora che il detto di chi sopra diventa fondamentale: non dobbiamo focalizzare l’attenzione totalmente sulla qualità di quello che riusciremo a fare. Perché non sempre avremo tutte le migliori condizioni per una performance impeccabile, almeno se conduciamo una vita normale, fatta di impegni, imprevisti, doveri. Ma tutti abbiamo ogni giorno quel poco tempo a disposizione per fare qualcosa. Quindi bene, facciamolo! Non ho tempo per fare i 10 km che mi prefissavo? Ne farò 5. Oggi non ho voglia di correre? Posso comunque camminare, o andare in bici. Non ho voglia di fare l’allenamento che la tabella indica per oggi? Esco e corro a sentimento. L’importante è, secondo me, non evitare di uscire saltando completamente quello che avremmo voluto fare. Perché oltre ad alimentare un potenziale senso di colpa, così facendo rischiamo anche di perdere motivazione e quindi di lasciarci andare.

Vedremo allora che poi, non perdendo colpi, alimenteremo un circolo virtuoso che ci darà sicuramente grande soddisfazione.

Perché se l’appetito viene mangiando, la costanza viene facendo.

Nuovi progetti, nuovi obiettivi

Chi mi segue dall’inizio di questa avventura “di corsa” sa cosa significhi per me il progetto Runner Extralarge, a partire da “Corri che ti passa“. Un progetto nato dalle ceneri di quello che sono stato per svariati anni: una persona pigra, sedentaria, pronta a preoccuparsi per qualsiasi cosa senza far nulla per migliorarmi.

Ebbene, sono davvero tante le soddisfazioni che mi sono tolto finora. E non parlo solo certo di personal best, di chilometri, o di medaglie. Le performance non sono il mio forte. Non parlo neanche dei primati in classifica del libro, diventato best seller su Amazon. Parlo del fatto che tutti, e dico tutti, i messaggi che volevo trasmettere sono arrivati a destinazione. Non era scontato. Quando ho deciso di raccontare la mia storia, avevo solo un timore: essere frainteso. Temevo che da una parte potessi cadere nel vittimismo senza riuscire a passare il messaggio positivo della mia esperienza, che in realtà era l’unico che mi interessava. E temevo che dall’altra parte le persone avrebbero potuto pensare che volessi barattare le mie emozioni, le mie fragilità, per un pò (davvero poca, nel mio caso) di popolarità. Il rischio c’era, in entrambe le direzioni.
La verità però è che invece le buone intenzioni sono state riconosciute e di questo devo essere grato a tutti coloro che si sono messi in ascolto senza pregiudizio.

E non mi riferisco solo a chi si è immediatamente riconosciuto nella storia, traendone motivazione e immedesimandosi nella mia esperienza. Mi riferisco anche a chi, già più esperto, ha espresso apprezzamento per quanto ho fatto, riconoscendomi “compagno” in questa passione che ci accomuna: la corsa.

Immaginatevi quindi l’emozione quando mi è stata prospettata l’opportunità di collaborare con uno sponsor che ha riconosciuto in me e nella mia storia dei valori sportivi e umani – che vanno oltre il mero risultato sportivo – in cui riconoscersi. Una filosofia, un’attitudine, in comune.
Ho ovviamente accettato con entusiasmo e riconoscenza e la collaborazione con Errea è diventata realtà.

Errea è un brand che sento personalmente vicino sin da quando ho iniziato a fare sport a livello giovanile. È un brand che accompagna gli atleti sin dalla giovane età, partendo dalle categorie professionistiche per arrivare alla Serie A (se parliamo di calcio).
Un brand italiano che da una parte si dimostra da sempre vicino agli atleti, e dall’altra dimostra di saper innovare. Vestire i loro materiali mi permetterà infatti di entrare in contatto anche con la loro area di ricerca e sviluppo, sempre al lavoro per innovare e sperimentare nuove soluzioni tecnologiche in grado di soddisfare le esigenze di chi fa sport.

Racconterò la mia esperienza – di prodotto e non – qui e sui miei canali, sperando che questa collaborazione mi accompagni anche nella ripresa verso l’inseguimento dei miei traguardi ora che il virus sta allentando la presa (sperando continui così).

L’estate è ormai arrivata e mi godo l’ultimo periodo fresco per provare a mettere km in cascina. Per motivarmi sto sfruttando le virtual run. A tal proposito, anche per celebrare simbolicamente quella che fu la mia prima mezza maratona, correrò virtualmente la 10km della Brescia Art Marathon prendendo parte alla #BAMNERVERSTOPS, l’iniziativa “di corsa” che si svolgerà da sabato 4 luglio a domenica 12 luglio e che ognuno potrà correre dove vorrà: su un lungomare, costeggiando un fiume, attraversando i parchi cittadini.
Un modo come un altro per tornare a conquistare una medaglia.

Alzarsi presto per correre: come fare?

Questa mattina mi sono alzato molto presto, come mi capita spesso. Sono sempre stato mattiniero sin dall’infanzia. Tendo a dormire presto alla sera e mi sveglio presto. Ma anche se sono abituato così, iniziare ad alzarmi presto per uscire a correre è stato comunque un trauma. Un po’ perché, banalmente, ci si sveglia molto presto – soprattutto se poi si deve prendere il treno e andare a lavoro, come facevo prima del lockdown. Un po’ perché un conto è alzarsi e spostarsi sul divano a fare zapping, un conto è alzarsi e dopo 10 minuti essere in strada. Anche quando ci sono 2 gradi o quando piove.

Per farcela ho dovuto creare la classica routine. Di seguito i miei consigli per provarci:

1. Non succede tutti i giorni.

Anche se siete dormiglioni e amate stare nel letto fino all’ultimo, dovete pensare che non state rinunciando a farlo sempre e per sempre. Se, come me, avete due allenamenti settimanali nei giorni lavorativi, dovete pensare che lo farete per due giorni su sette. Vi godrete il sonno tutti gli altri giorni.

2. Andate a letto presto

Potrebbe sembrare scontato ma non lo è: per svegliarsi alle 6, bisogna andare a letto prima.

3. Doppia sveglia

Per evitare un trauma, qualora foste tra i più sensibili al suono della sveglia, potete metterne una un po’ prima dell’orario in cui vi alzerete. In questo modo avrete modo di rilassarvi un attimo nel dormiveglia e rendere più dolce il processo.

L’ombra affusolata di prima mattina.

4. Preparate tutto la sera prima

Anche questo non è banale. Girare in casa a cercare tutto l’occorrente – magari al buio e senza far rumore, se rischiate di dare fastidio a qualcun altro – è davvero scomodo. La cosa più semplice, che non costa nulla, è preparare tutto prima di andare a dormire. In 5 minuti sarete pronti a uscire ed eviterete l’inutile stress di ricomporre all’ultimo l’outfit necessario.

5. Datevi un obiettivo

Che può essere di performance, ma anche no. Può essere quello di farvi una bellissima foto in un posto che vi piace. Può essere quello di fare un giro diverso dal solito, esplorando nuovi percorsi. Quest’ultimo è una di quelle che maggiormente mi affascina: esplorare. La curiosità è un ottimo strumento da sfruttare per avere carica e motivazione.

6. PROVATE

Almeno la prima volta obbligatevi a farlo, in modo da poter capire se ne vale la pena o no. Non mi sono mai pentito di essere andato a correre presto. La fatica del risveglio anticipato è ripagata alla grande dalla soddisfazione al termine dell’allenamento. E durante il giorno sarete meno stanchi di quello che potete immaginare.

Provare per credere!

Il primo passo è quello che conta

Alle tante persone che mi chiedono come fare, lo dico sempre: dalla mia esperienza ho imparato che il primo passo è quello che conta.

Nel mio caso fui trascinato fuori casa dal mio amico Stefano e se da una parte auguro a tutti di trovare qualcuno che vi sproni a partire, dall’altra sono convinto che ognuno di noi abbia dentro di sè la forza necessaria per fare da solo questo primo passo. Sia chiaro, dopo averlo fatto non basterà l’inerzia. Ci vorrà ancora tanto impegno. Ma sono convinto che lasciare il divano per una bella passeggiata o corsa nel verde sia un ottimo modo per capire cosa conta davvero e cosa no. E per capire cosa ci siamo persi finora.

In questo momento di “ripartenze” il mio cervello è iperattivo e vaga da un progetto all’altro, da un obiettivo all’altro. Alcuni abbordabili, altri inarrivabili (forse). Alcune volte vedo cosa sono in grado di fare altre persone e provo una “sana” invidia. E mi soffermo allora sul fatto che anche solo il poter fare progetti oggi è dipeso da un percorso lungo, tortuoso, che è iniziato due anni fa. Poco più di due anni, quasi 35 kg persi, 190 corse, 1400 km percorsi. Tutto questo mi ha permesso ora di avere il privilegio di avere progetti e obiettivi.

Ed è partito tutto da quel primo passo.

Obiettivi senza obiettivi.

Bisogna essere obiettivi: in questo momento è difficile darsi obiettivi.

O meglio: è dura vedere un orizzonte per chi come me adora mettersi alla prova in qualche gara, in mezzo alla gente, anche solo per sentire quell’atmosfera che mi ha stregato nelle prime tapasciate. È anche vero però che la corsa ti insegna ad avere obiettivi in ogni uscita, ogni allenamento, ogni singola corsa.

È la parte più nobile di questo sport, ti porta a superare il limite sempre. O quasi. Pensiamo allora alla difficoltà che molti di noi hanno adesso a essere costanti e continui nell’allenamento. Alla difficoltà nel divertirsi, con la fatica nel ritrovare i nostri ritmi standard.

Ecco allora che l’obiettivo è da ricercare lì in mezzo. Non sappiamo quando torneremo a gareggiare anche solo per divertimento e per sentirci meno solo, per sentirci parte di qualcosa. Ma sappiamo che il momento per mettersi in forma e prepararsi per arrivarci pronti è adesso.

Allora il consiglio è quello innanzitutto di essere costanti e prudenti nell’allenamento, stringendo i denti quando non ci riconosciamo nel passo che teniamo. Abbiamo già imparato che l’allenamento porta per forza di cose a migliorare. È solo questione di tempo.

Io ad esempio sto integrando i km di corsa con km di camminata. Sto riesplorando i dintorni di casa, scrutando angoli che davo per scontati prima di trovarmi chiuso in casa senza possibilità di visitarli.

Fare poco ma sempre è molto meglio che strafare ogni tanto. Strafare può portare poi anche a sovraccarichi e infortuni, da evitare assolutamente perché potrebbero avere effetti devastanti sul nostro umore.

A parte i giochi di parole, quindi, possiamo dirci che il bello della corsa è che di volta in volta l’obiettivo è dentro di noi. Sta a noi scovarlo è andarlo a raggiungere, e quando sarà il momento di tornare a farci valere ci faremo trovare pronti.

Siamo tornati

Quanto ci è mancato tutto questo? Vi dico la verità, questa mattina ero stranito. Ho mascherato con entusiasmo sensazioni in realtà molto contrastanti. Uscire all’aperto dopo così tanto tempo mi mette un po’ a disagio.

Questo nemico invisibile, per di più, ha risvegliato il mio lato ipocondriaco. Ho paura dell’ignoto che ci circonda, dell’euforia incondizionata che potrebbe riportarci nel baratro.

Ma, c’è un ma. E il ma è che niente e nessuno mi avrebbe fermato stamattina. Sarei uscito a correre a qualsiasi costo. Lo dovevo a me stesso, alla mia storia recente, al mio corpo.

Me lo dovevo per ritrovare un po’ dello spirito sopito. Lo spirito di chi lotta per conquistare qualcosa. Di chi si ricorda di essere qualcuno anche e soprattutto quando è solo e lotta contro i suoi limiti. Non è facile. Di fatto mi fa ancora una certa impressione la mia immagine con la mascherina sul viso. Ma ci deve essere un barlume di normalità, di respiro, in quello che facciamo, da oggi. E la mia normalità è la corsa. La mia strada, le mie campagne, i miei orari, le mie cascine, i miei casolari isolati nel verde.

Il mio posto preferito, a 2 km da casa.

La mia normalità sono le gocce di sudore, il fiato corto, il rumore dei passi sull’asfalto. La mia normalità è la fatica fine a se stessa che regala quell’enorme soddisfazione che solo chi corre può comprendere. La mia normalità è la resilienza, è lottare ogni giorno coi fantasmi.

Il resto può attendere. La corsa forse no.

Ripartire con prudenza

Ebbene, ci siamo. Dopo un paio di mesi di lockdown serrato a fronte dell’emergenza Covid si riparte, e anche chi come me si è astenuto finora a correre fuori casa è pronto a ripartire perché quella libertà manca come l’aria fresca.

Non nego una certa inquietudine: da una parte mi sembra di non correre da anni e ho ansia da prestazione; dall’altra il clima di sfiducia respirato negli ultimi mesi nei confronti della categoria runner mi rattrista e preoccupa in vista del ritorno in strada. Per questo, opterò sicuramente per allenamenti sul presto al mattino, e punterò a iniziare con 1-2 uscite settimanali – mantenendo l’home workout che ormai è entrato nella routine.

In Lombardia è previsto l’obbligo di coprire naso e bocca in esterno, anche per correre. Francamente non me la sento di indossare una mascherina (è dimostrato che potrebbe essere pericoloso, per altro). Opterò per lo scaldacollo leggero, ma soprattutto farò tutto il possibile per non avvicinare nessuno stando diversi metri (alcuni studi dimostrano che due potrebbero non bastare) distante da eventuali persone incrociate. La mia fortuna è quella di abitare a pochi metri dai campi, vicino all’aperta campagna. Sarà quella la mia direzione.

Per ricominciare dopo due mesi potrei anche pensare di inserire un po’ di camminata. Non è detto, ma in generale a chi come me riprende dopo tanto tempo – e dopo un problema (nel mio caso alla schiena) – raccomando prudenza.

È essenziale ripartire per gradi e valutare lo sforzo iniziale in base a quello che si è fatto nelle ultime settimane. Io ho lavorato abbastanza in fase aerobica, quasi zero su quella anaerobica: questo è il punto cruciale. Dovrò tornare progressivamente a correre tenendo anche conto che ho fatto gli ultimi km che era pieno inverno mentre ora ci troviamo in primavera inoltrata.

La distanza su cui mi cimenterò nel primo allenamento sono i 5km. Non voglio accettare di correrne meno, non voglio rischiare correndone di più.

Cercherò di prevedere una sessione corposa di stretching a fine corsa, e di osservare un po’ di riposo nei giorni successivi, capendo come il mio corpo risponderà. Da qui pianificherò gli allenamenti del mese. La cosa più importante sarà quella di godersi il momento: in ritorno alla “normalità” di cui tutti noi sentiamo un forte bisogno.

Torniamo a riprenderci un po’ di libertà.

La sottile linea tra insuccesso e stimolo

Vi dirò una cosa: ho corso tre mezze maratone, e il mio PB su quella distanza l’ho raggiunto alla prima che ho corso. È ancora imbattuto.

Non ho ancora imparato a capire come gestire la distanza, questa la verità, ma in cuor mio faccio fatica ad ammetterlo. Preferisco generalmente accampare scuse: Como è un percorso impervio, e c’era la bufera; a Cremona avevo riposato male alla vigilia. Per carità, tutto vero, gli imprevisti sono quello che succede mentre pianifichiamo tutto nel dettaglio.

Ma la realtà delle cose è che quello che per me è stato un insuccesso, può essere trasformato nel primo stimolo. Guardando la realtà da una prospettiva diversa devo ringraziare di avere ancora un obiettivo importante, che per me conta davvero.

Ringrazio i miei insuccessi allora, perché sono quello per cui lotto ancora oggi.

Dagli al runner

Arrivato al punto in cui i giorni di quarantena non riesco neanche a contarli ormai, ho ripreso in mano Strava per fare un punto della situazione.

Ho corso i miei ultimi 7km lo scorso 16 febbraio. Più di due mesi ormai. Non era mai successo da quando ho iniziato a correre. È surreale, se ci penso. Di fatto dovrò ricominciare da zero.

La cyclette aiuta a mantenersi attivi a livello mentale ma non offre purtroppo l’opportunità di fare uno sforzo anche solo confrontabile con la corsa. L’allenamento a corpo libero può essere molto intenso ma personalmente mi annoia. Non riesco a essere continuo. Mi sto facendo aiutare in questo dal mio amico Leo, che mi sprona in diretta Zoom ogni due giorni, facendomi sudare e rivoltandomi come un calzino. Ma non sarà mai la stessa cosa. Non sarà mai come correre.

Ecco allora che questa prospettiva che ci viene data, con una probabile riapertura per il 4 maggio, diventa speranza di una ripartenza che ormai è necessaria. Chi corre per stare meglio, come me, dopo uno stop di due mesi è al limite. Pur comprendendo che lo scenario attuale impone riflessioni, vincoli, divieti, inizia a stare stretta la mancanza di libertà personale nel fare sport a livello individuale.

Si è aperto un dibattito davvero violento sul tema. Io spero che la rabbia verso chi corre fosse solo un’errata modalità per esprimere frustrazione dovuta a situazioni mai provate prima. Avrei potuto anche comprenderlo, non fosse stato per alcune situazioni davvero al limite in termini di veemenza e mancanza di rispetto.
Io, nel mio piccolo, con il senso di responsabilità di chi ha deciso un giorno di creare una community legata al running, mi sono subito schierato per il non correre. Non voglio ripetermi, ho già avuto modo di dire che semplicemente c’erano in ballo cose troppo più importanti per poter anche solo pensare di cedere a un capriccio.

Non possiamo però accettare che i runner vengano additati come demoni. Chi come me è portatore sano di corsa e sta alla larga da ogni fondamentalismo, ha il diritto di correre nel rispetto delle regole e di essere rispettato in quando persona che vuole prendersi cura di sé.
Attenzione quindi a giudicare chi corre. Restare umani vale sia per la scelta di non correre per rispetto di chi lotta là fuori contro quel nemico invisibile che è il coronavirus, sia per chi – con consapevolezza e massimo rispetto delle regole – vorrà tornare a mantenersi attivo e in forma, alleggerendo l’anima dai pensieri.

Perché, per chi non lo sapesse, è questo che fa la corsa anche e soprattutto per gli amatori: alleggerisce corpo e anima, pancia e cervello. Con buona pace di chi continuerà a preferire il divano.