Quando l’allenamento va male

Eh già, non mi era mai successo prima ma può succedere. Hai puntato tutta la tua attenzione sul lungo domenicale, hai un obiettivo chiaro nel breve e nel lungo periodo, sei pronto a tutto per arrivare in fondo ma…qualcosa non va.

Nel mio caso domenica scorsa non ero al 100% in partenza, stavo covando una lieve sindrome influenzale senza rendermene conto.

Uscito con tanti buoni propositi per fare 15 km, ne ho chiusi male 14. Qualche ora dopo ho realizzato che in realtà, di fatto, ero debilitato dalla febbre.

Ma durante l’allenamento non avevo messo a fuoco la causa del mio malessere e l’ho attribuita solo ed esclusivamente alle mie gambe. Per questo, negli ultimi km, ho fatto i conti con l’idea del fallimento.

È vero, potevo mollare e non ho mollato. Ma non ho portato a casa la performance che mi aspettavo, ho fatto tanta fatica ad arrivare in fondo, e allo stremo delle forze sono arrivato a chiedermi che senso avesse tutto questo.

A poco è servito richiamare alla mente da dove sono partito e perché lo sto facendo. Solo le parole del mio amico-coach mi hanno tenuto su fino all’ultimo metro.

Dopodiché, ad allenamento finito, ero esausto come non lo sono mai stato. Ho rimandato i pensieri a oggi (lunedì) per analizzare il fatto che sì, può capitare che un allenamento vada storto, che il risultato tardi ad arrivare o non arrivi proprio, che la fatica per arrivare in fondo sia completamente sproporzionato alla soddisfazione finale. Un atleta passa anche (e forse soprattutto) attraverso momenti così. Bisogna recuperare le forze fisiche e mentali e pianificare il passo successivo.

Nel mio caso è la StraMagenta, domenica prossima.

Rimbocchiamoci le maniche, facciamo i conti col fallimento, e andiamo oltre.

@runner_extralarge

runner extralarge ombre che corrono

Ombre che corrono

Che sensazione. Strana e stupenda al tempo stesso. Sei stanco, hai la giornata alle spalle. Fa freddo, perché è gennaio e il vento gelido graffia coi suoi artigli affilati. È buio pesto perché il sole è andato a dormire ormai da tempo.

Posi lo zaino, levi la giacca, saluti tua figlia. Poi ti vesti al volo,
indossi le scarpe, ti copri di tutto punto ed esci. Hai un obiettivo e poco
importa se sei esausto, preoccupato, talvolta indolenzito qua e là. Rimane
tutto fuori. Un pò di stretching, due passi di riscaldamento e parti.
E lì, per chi corre in un paese di provincia come me, inizia un percorso tra il
mistico e l’avventuroso. Sono ormai le 20 passate, sei solo in giro. Le uniche
persone che incroci a piedi sono a passeggio col cane o condividono la tua
stessa passione. Questi ultimi li riconosci in lontananza, dal colore dei
vestiti.
Passo dopo passo, per quanto illuminato possa essere il percorso, ti addentri
nel buio. Ombre, suoni, colori, paesaggi: è tutto sfumato.
Attorno a te il silenzio. Qualche abbaio in lontananza, qualche auto che
sfreccia, e poi ci sei tu. Il tuo passo, il tuo respiro, la tua fatica.
Quella fatica che km dopo km ti pettina i pensieri, riordina le idee, ti dona
entusiasmo.

Hai le gambe pesanti, senti la stanchezza ma ti sei dato un obiettivo e non
tornerai mai a casa senza averlo raggiunto.
Scacci indietro l’idea di interrompere l’allenamento facendo spazio a un altro ragionamento, spostando il focus, pensando ai risultati che hai ottenuto e a quelli che otterrai. A quella gara che vorresti correre.

Il tuo pensiero prende il volo, in quel momento sei in un’altra dimensione.
Puoi perfino vedere la tua figura dall’esterno. Il tempo si cristallizza.
Ultimi chilometri, sei sulla strada verso casa, un ultimo tratto di fatica sotto
quel cielo freddo e etereo.
All’arrivo rallenti, camminando, per riprendere possesso del tuo fiato. Il
battito diminuisce, i muscoli si distendono, il respiro si normalizza.

Sei stanco morto. Ma sei felice.