Dopo aver corso due mezze maratone in due mesi (ormai ne parlo come se fosse normale, ma chi conosce il mio percorso sa che non è così visto che 12 mesi fa stavo iniziando a camminare e avevo ancora 33 kg da perdere) è nuovamente tempo di bilanci. E di nuovi obiettivi.
Sì perché, complice il meteo incerto dell’ultimo mese, la primavere sembra ancora non essere arrivata e in realtà presto sarà estate.
Qui lo dico e qui lo nego: ho in mente la maratona. Non come obiettivo, si tratta ancora di sogno, ma sto iniziando a pensare se possa valer la pena mettere in cantiere l’inizio della preparazione alla fine dell’estate. Non sono un runner da caldo, questo è certo. Sento molta più fatica anche solo con 5 gradi in più, inutile quindi pensare di poter allungare le distanze nei prossimi mesi se già sui 10 km rischio il collasso.
Quest’estate cercherò di lavorare sulla massa muscolare e sulla velocità. Lo sto già facendo, in realtà, sperimentando il fartlek. Devo dire che si tratta di un metodo affascinante poiché lascia molta libertà nella gestione dell’allenamento, e permette di rendere tutto più divertente. È fondamentale variare il ritmo se si vuole lavorare sui tempi.
Nel futuro prossimo invece, domenica 19 sarò alla Polimirun 2019 per provare a fare del mio meglio sui 10km. Se, come pare, il caldo non sarà ancora dei nostri proverò ad inseguire il PB cercando di abbattere il tempo della StraMilano. Vediamo. Ho da poco risolto un piccolo fastidio al piede sinistro e devo capire se è scomparso del tutto o no.
Nel frattempo monitoro il calendario per fissare una bella mezza alla fine di settembre, sperando che il fresco in quel periodo mi permetta di migliorare sul tempo di Brescia.
Avete mai sentito il vento ruggire? Io sì. Domenica. Mi apprestavo a correre la mia seconda mezza maratona.
Alzato di buon’ora – alle 6, per la precisione – recupero il cellulare, apro Facebook e vedo che l’organizzazione suggerisce di portare l’antivento. Cazzarola, io l’antivento non ce l’ho. Ho messo in borsa un poncho usa e getta perché le previsioni davano pioggia fino a poco prima della partenza, ma non mi aspettavo di dover pensare al vento. Mentre cerco di svegliarmi per bene e riflettere lucidamente, mi dirigo verso l’armadio per cercare il k-way. È l’unica cosa che potrebbe ripararmi. Nel frattempo sento dall’esterno il sibilo sinistro del vento e realizzo che quindi il problema è reale. Non è un eccesso di scrupolo, c’è tempesta davvero. Recupero il k-way, e mi rendo conto che è gigantesco, almeno 3 taglie più grande. Ma non ho scelta, toccherà mettere questo.
Mi vesto, puntando ad avere quindi tre strati: maglia corta, maglia lunga, k-way. Mi dirigo a quel punto in cucina per la colazione, guardando il meteo su Como, e non ci sono dubbi: farà freddo. Ma ormai siamo in ballo e balliamo.
Arriva coach a prendermi in auto, scendo, sento il gelo avvolgermi, l’aria è umida, ha finito di piovere da poco. Salgo in macchina e cominciano a scherzare sulle condizioni avverse. In poco più di 40 minuti siamo a Como. Troviamo parcheggio a 50 metri dall’ingresso del ritrovo. Ovvio: la città è deserta. Sono tutti a letto, o in ogni caso al caldo. Scesi dall’auto ci rendiamo conto che il meteo è ben peggio di quello che potevamo pensare. C’è un vento terribile, gelido e forte, che tira dai monti. Le acque del lago sono agitate, sembra che vogliano esondare, si scontrano a riva sugli scogli e gli schizzi raggiungono il lungolago senza alcuna difficoltà. Incrociamo lo sguardo di altri runner arrivati sul posto e vediamo la stessa aria perplessa che con ogni probabilità loro potranno scorgere sui nostri volti. Tolto il lato goliardico della situazione, che ci strappa qualche risata, c’è ben poco da ridere.
Avviso mia moglie dicendole di non muoversi da casa. Il pranzo in riva al lago che avevamo organizzato è rimandato, non c’è alternativa. E ci infiliamo allora nei locali dello stadio comunale per recuperare i pettorali. Una volta ritirato il pacco gara viene dato un avviso: la 10 km viene ridotta a 8 su ordine del prefetto. Ah. E la mezza?
La mezza è confermata, dicono che il percorso è piuttosto riparato. Questi sono i momenti in cui alla fine è normale chiedersi “chi te lo sta facendo fare”. Tu in realtà lo sai. La risposta ce l’hai, non devi neanche stare a cercarla troppo. Quindi ok, corriamo.
Ci prepariamo in macchina, unico punto riparato, anche se il vento è talmente forte da farla oscillare.
Usciamo giusto in tempo per fare un minimo di riscaldamento, dopodiché si parte. Nonostante il clima ostile – il vento non fa neanche finta di diminuire – si respira il classico entusiasmo da partenza. Tutti pronti a far scattare gli orologi, la partenza regala già i primi brividi quando nel passaggio verso il lungolago l’acqua sembra esondare, invadendo la passerella e creando quindi discreto panico tra i corridori, che fanno del loro meglio per saltare le pozze e preservare le scarpe asciutte.
Io ci riesco, più o meno. Ma il bello inizia adesso. Mi avevano detto che il percorso sarebbe stato tosto, ma non così come si prospetta. Dopo 500 metri siamo già in salita. E qui capisco che il trend non cambierà. Si sale. Si scende. Si sale. Si scende.
Fino a quando la salita si fa più dura. “Questa è la parte più tosta, e il problema è che al ritorno questa discesa diventa salita, e la trovi circa al 16 esimo km” ci dice un runner con cui condividiamo il passo. “Ah, ottimo”, penso tra me e me. E qui capisco che il tempo è una variabile da non contemplare oggi, poiché sarà impossibile fare meglio di Brescia. La corsa in salita non è la mia tazza di tè, per usare un eufemismo caro agli inglesi.
Ad ogni modo corro, non mollo. Arrivo al giro di boa dopo aver usufruito di entrambi i primi ristori per bere. Faccio mente locale e realizzo che per essere a metà percorso sono piuttosto provato. È normale: ho corso in salita per la metà del tempo, non ci sono abituato. Ma voglio arrivare in fondo al meglio che posso. Quindi testa bassa e correre.
Il punto più duro in assoluto non tarda ad arrivare, ed è proprio all’altezza del 16esimo km. La salita è tostissima, e sembra non finire mai. Più ne percorro, più sembra aumentare. Vedo finalmente la fine, e sul punto in cui si scollina posso tirare il fiato. Non fosse che la discesa è a suo modo altrettanto impegnativa per le mie gambe. Butto giù il secondo gel, come da programma. Il primo al 12esimo, il secondo al 17esimo.
Gli ultimi due km sono una dolce sofferenza, inutile negarlo, ma il profumo del traguardo quando ci riaffacciamo sul centro della città si fa sentire e mi dà la carica per terminare il percorso.
Questo è il momento in cui i pensieri riaffiorano, le idee su chiariscono, la gioia della corsa esplode perché il traguardo è vicino, e con esso è vicina la felicità che comporta tagliarlo.
All’arrivo non troviamo una folla acclamante, fa troppo freddo. Troviamo un piccolo gruppo di persone che resistono caparbiamente (a proposito, un grazie sentito a tutta l’organizzazione che ha lottato col maltempo per farci correre), ultimo sforzo per mettermi in posa per la foto di rito e poi eccola. La mia medaglia.
La metto al collo, la fatica si allevia, riprendo fiato. Dritto verso ristoro e doccia, si torna a casa carichi di km e soddisfazione.
Questa nuova avventura avrà inizio proprio lì. Come fosse l’incipit di un romanzo. Invece sarà l’ennesima occasione per dimostrarmi quante cose siano cambiate in un solo anno. Guardate un po’ la foto qui sotto. Lo ammetto: mi fa un po’ impressione vedere foto di un anno fa in cui sono molto diverso. Stento a riconoscermi. Dall’esterno la differenza è evidente nell’apparenza. Quella che noto maggiormente io è nello sguardo. Nella luce che lo contraddistingue.
Impensabile. Semplicemente folle. Ecco come mi sarebbe sembrata la prospettiva di correre due mezze maratone entro la fine di maggio 2019. E invece…
E invece arrivo a questa seconda prova con tanti km nelle gambe anche se mi sono preparato con meno minuzia rispetto a Brescia. Non perché l’occasione meno importante, anzi. Ma semplicemente il tempo a disposizione per allenarsi è stato meno e ho dovuto rivedere la tabella con una versione soft.
Ad ogni modo sono arrivato a correre 18 km, come la volta scorsa. Un giro bellissimo, per altro, fiancheggiando il naviglio per 6km dopo partito da casa. Questa è la fortuna di vivere in un luogo come quello dove vivo: natura, campi, scenari eterogenei in pochi km.
E adesso Como. Questa volta nessuna trasferta particolare, raggiungeremo la partenza sul presto per recuperare il pettorale e poi via.
Mi hanno detto che il percorso non è banale poiché prevede qualche saliscendi. Poco male, cercherò di dare il massimo senza troppe pressioni. Quel che conta è godermela.
È forse la prima cosa che la corsa mi ha insegnato: darsi un obiettivo. E la mia salvezza è stata proprio quella di iscrivermi a una gara da 10 km quando ancora non ne avevo corso uno di fila. L’idea di arrivare a correrli non sarebbe bastata. Sapere che avrei dovuto correrli invece sì, mi ha aiutato a prevedere un percorso. Questa è una cosa facilmente applicabile nella vita di tutti i giorni, ed è il primo consiglio che do a chi mi chiede “come fai a essere così costante?”. Bisogna tenersi sempre un pò sotto pressione, altrimenti il divano vince. C’è poco da fare, è la natura umana.
Quindi cosa intendo quando parlo di obiettivi? Parlo di traguardi tangibili, di appuntamenti da segnare a calendario, che dichiariamo a qualcuno, e che ci tengono focalizzati. Ognuno di noi è sufficientemente orgoglioso da non accettare di fallire un obiettivo dichiarato, quindi questa formula funziona nella maggior parte dei casi. In estrema sintesi, per trovare continuità negli allenamenti valutate di iscrivervi a una gara. Sì, anche quella vicina a casa, dove si possono correre 5-6 km. Iscrivetevi e vedrete che uscire ad allenarvi per correrla al meglio vi verrà quasi naturale.
Ebbene, nelle ultime settimane di obiettivi, io, non me ne sono dati. Mi sono regalato un periodo di “riposo”, allenamenti soft, tempo libero con amici e famiglia. Ci voleva. Ma la verità è che appena vedevo una persona correre provavo un’invidia feroce. Ho seguito da spettatore interessato le Maratone di Milano e Roma, vivendole nei racconti delle tante persone che seguo su Instagram o che fanno parte dei gruppi Facebook di cui faccio parte. È una community molto viva, quella dei runner, ed è bello farne parte.
Ed eccomi qui allora, sono pronto a darmene altri, di obiettivi. Innanzitutto correrò a Corbetta la prossima domenica.
Gioco in casa, nella mia città, e sarà per me l’occasione di tornare su con i km. Punto a farne 12 bene.
All’orizzonte vedo sicuramente una mezza maratona in cui sfidare nuovamente me stesso. Vorrei pianificarla in maggio. Non sarà semplice, perchè oltre a riprendere gli allenamenti, dovrò farlo con un cambio sostanziale delle condizioni climatiche. Proprio per questo sto entrando nell’ottica di correre al mattino, al fresco, quando il sole ancora non si è svegliato. Ho sperimentato la sveglia alle 6 per uscire a correre e devo dire che è andata alla grande, devo solo trovare continuità.
L’importante è aver chiaro quale sia il prossimo obiettivo. 😉
È passato un anno. Era il 2 aprile 2018 quando tutto è iniziato. L’esplosione di malessere, il momento di torpore, i mesi di fatica e controlli, l’inizio della risalita. Non sarei qui a scrivere queste righe, se non fosse successo.
Da lì le camminate, le corse, Instagram, questo blog, il libro. Un’avventura lunga un anno, intensa, stramba, imprevedibile. E quanta ricchezza ho raccolto in questi mesi. Il bilancio non potrebbe essere più positivo. Non è stato facile. Quello no.
Ma la cosa che mi porto a casa in tutto questo è la consapevolezza di avere in poco tempo cambiato l’immagine che le persone avevano di me. Lo attesta il fatto che compiendo i miei 35 anni ho ricevuto una serie di regali a tema running che mi hanno emozionato e quasi commosso. Perché la gente – famiglia, amici, conoscenti -ha capito, anche con un pò di fatica all’inizio, quanto sia importante per me. A tal punto da spronarmi, e provare a darmi nuovi obiettivi. Nuovi traguardi.
È stato molto bello.
Io nel frattempo per questi 35 mi sono “regalato” due settimane di stacco in cui allenarmi con calma, senza obiettivi, senza gare. Un weekend – quello scorso – a Parigi con la mia famiglia, un weekend in montagna tra amici – quello che sta per arrivare. Prossimo obiettivo: una mezza maratona tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.
Ma prima una tappa in casa: il 14/4 si corre nella mia Corbetta.
Qualche giorno ancora, dunque, e si riprende a mettere km nelle gambe!
Sono reduce da una StraMilano intensa. Densa. Di persone, storie, colori, passione.
Non avevo pretese sulla gara in se, e forse proprio per questo ho fatto benissimo. Quando lasci andare i pensieri e non ti ossessioni sul risultato, è più facile raggiungerlo.
Molto difficile applicare questa regola in tutti i contesti. Il fatto stesso di darti un obiettivo ti mette sotto pressione e per quanto tu possa impegnarti a non pensarci, avrai proprio solo quell’obiettivo in testa fino al momento in cui capirai di averlo raggiunto o meno.
Ma quando riesci a puntare l’obiettivo senza pressione, godendoti il viaggio, realizzi che dovrebbe essere l’unico modo possibile per provare a farlo. Essere ossessionati da qualcosa non porta valore aggiunto se non in casi rari. Per chi, come me, corre esclusivamente per superare se stesso, non ha alcun senso caricarsi di ulteriore pressione. E quando riesci a evitarlo arrivano risultati inaspettati.
Ecco quindi un bel record personale sui 10, quasi senza accorgermene. Godendone il doppio, all’arrivo.
Bisogna ringraziare Milano per l’evento di ieri. Per la sua bellezza, per l’accoglienza che sa riservare a chi la visita, per la storia che racconta nei viali, nei suoi monumenti, nelle persone fermo agli angoli delle strade. Per la sua modernità.
So di alcune difficoltà organizzative nel finale della mezza maratona e di molte polemiche tra i partecipanti ed è un peccato che siano state disattese le aspettative di chi era pronto a dare tutto. Sicuramente l’organizzazione ne farà tesoro per fare in modo che le prossime edizioni siano al 100% all’altezza di un evento così atteso e così partecipato.
Ma è stata, nonostante tutto, una bella giornata di festa.
Ora testa ai prossimi obiettivi. Arrivano due settimane in cui mi dedicherò un po’ a famiglia e amici ma sono a caccia della seconda mezza maratona, che correrò se tutto va bene tra fine aprile e inizio maggio.
La scorsa domenica ho partecipato alla Digital Run 2019 correndo la 10 km non competitiva.
Un’esperienza bella per diversi motivi. Innanzitutto è stata ma prima occasione in cui ho corso sentendomi parte di un team, quello dell’azienda per cui lavoro. È stata un’occasione per indossare una divisa di gara e per conoscere persone nuove.
Ho avuto inoltre occasione di trascorrere la mattinata in compagnia di Max, uno dei manager della mia agenzia, persona che stimo, maratoneta. Una bel momento di condivisione tra runner: è stato bello ascoltare qualche suo racconto sulle maratone che ha corso (e su quelle che correrà).
In ultimo, correre nel cuore di Milano è sempre bello: dal Castello alla Triennale, dall’Arco all’Arena, tanti gli scorci che la città sa regalare.
Il percorso ad anello si snodava all’interno del parco Sempione, con alcuni tratti esterni, e andava percorso due volte per completare i 10 km, sono andato piuttosto forte nel primo per poi rallentare un po’ nel secondo. PB sui 10 solo sfiorato (lo avevo fatto la domenica prima in gara a Brescia), mi accontento di un PB ottenuto sui 5.
Di seguito qualche foto. Ora testa alla StraMilano ormai alle porte!
Avevo promesso di rispondere a qualche domanda sulla prima mezza corsa a Brescia, sia sull’esperienza in sè che sul percorso di allenamento e preparazione.
Così ho raccolto le domande e le curiosità su Instagram e ho provato l’esperimento di una live. È stato decisamente divertente, e spero lo sia stato anche per le persone che lo hanno seguito in diretta o successivamente.
Ma siccome sono in vena di esperimenti, per chi si fosse perso questo momento di condivisione e fosse interessato ad approfondire, ecco di seguito un video in cui ripercorro le stesse domande.
È, per l’appunto, un esperimento. Non sono così a mio agio nel registrare video guardando dritto in camera.
Dove eravamo rimasti? A una promessa. Che avevo fatto a me stesso, alla fine del libro che ho scritto. Una dichiarazione di guerra ai miei limiti. Un obiettivo ambizioso ma realizzabile con la giusta programmazione.
Sono ripartito da lì quindi, sabato mattina, quando ho aperto gli occhi. Da quelle ultime righe scritte con la consapevolezza che non sarebbe stata una passeggiata. Era autunno, 10 km la distanza massima percorsa fino ad allora. Ancora tanta strada da fare.
Mi sono alzato di buon ora, come sempre. Alle 7 ero in piedi e ho acceso la tv per spegnere i pensieri. Inutile, ovviamente. La testa era già là. Al traguardo che dovevo raggiungere metro dopo metro. E quindi ok, fatta la colazione inizio a preparare tutto l’occorrente: – il cambio, ovviamente; – i cerotti, per coprire i capezzoli che altrimenti sanguinano (non ridete, è tutto vero!); – l’artiglio del diavolo per sciogliere possibili tensioni muscolari; – gel e integratori, per rispettare la strategia di gara; – videocamere e caricatori.
La partenza è prevista alle 14, e così è. Passiamo a prendere coach e moglie e partiamo alla volta di Brescia. 75 minuti e ci siamo. Hotel in zona Ospedale, comodo, ha tutto quello che deve avere. Lasciamo i bagagli e ci dirigiamo verso il centro. Il villaggio della maratona è in piazza del mercato. Giusto il tempo di un gelato e andiamo a recuperare il pacco gara. Sono emozionato, si respira un’aria frizzante, positiva, vibrante. Tanta gente, tanta passione per la corsa, tanta attesa. Fantastico.
Foto di rito davanti al wall “Io c’ero”, guardo la maglia, controllo il pettorale. 2342. Speriamo che porti fortuna, mi dico.
Ci tuffiamo nel cuore della città: davvero bello il centro di Brescia. Così vicina a casa, realizzo di non conoscerla per niente. Ci torneremo sicuramente. Ci godiamo l’atmosfera e la bellissima giornata primaverile, e mi imbatto nel banchetto di AISM. Compro una gardenia e proseguiamo. Viale dopo viale ci avviamo a cena in un ristorante che ci hanno consigliato. Ma prima una tappa da Decathlon: nella fretta ho dimenticato tutto l’occorrente per fare la doccia dopo la gara. A cena stiamo davvero bene, posto carino, rilassato, cibo ottimo, bella atmosfera anche grazie al camino acceso. Ordino le tagliatelle al pomodoro, la porzione è abbondante e il “carico” è assicurato. La serata passa serenamente, e ben presto torniamo all’ovile. Meglio mettersi a riposare.
Metto la sveglia ma non servirà. E infatti…5.30 e sono già sveglio. Il flusso di pensieri parte, il sonno mi saluta, passo il tempo rispondendo a qualche messaggio (tra l’attesa per l’evento e l’articolo su Vanity Fair sono stato sommerso di affetto e curiosità). Alle 6.45 mi alzo, è tempo di prepararsi. Faccio piano per non svegliare nessuno, ma in realtà Matilde è già sveglia. Vuole fare la colazione col papà, come spesso succede di domenica. Ma oggi è diverso. Papà deve andare. Lei mi attenderà al traguardo con mamma.
Prendo tutto l’occorrente e scendo. Colazione abbondante: crostata, biscottate e nutella, biscotti. Un po’ di succo. Immancabile il caffè. E via verso la metro e verso la partenza. In due fermate ci siamo. Tempo di bere un altro caffè – gentilmente offerto dall’organizzazione – e di fare un pit stop ai bagni chimici ed è ora di lasciare la sacca ed entrare in clima gara. Le sensazioni sono buone, non è contemplato il fallimento. Ma non si sa mai. 21km, io, non li ho mai corsi finora.
Ci avviciniamo al nastro di partenza e inizia il riscaldamento: corsetta e stretching. Sono quasi le 9, meglio andare nelle griglie. La nostra è la 3. L’ultima. Ci sta. Passa poco ed è ora di partire. Sento un fastidio nell’interno coscia destro, che ovviamente ieri non c’era. Non capisco come sia possibile ma in questo momento me ne devo fregare.
Si parte! Il cielo è azzurro, la gente carica, l’entusiasmo è palpabile. Io devo concentrarmi perchè servirà tutto quello che ho dentro. E forse anche di più.
L’inizio della corsa va via veloce, abbiamo un buon passo, ci stabilizziamo intorno a 5:40 per provare a mettere preziosi secondi in cascina. Il percorso si snoda in città, puntando verso una zona periferica, e i primi km vanno lisci. Al decimo la prima buona notizia: ho ulteriormente abbassato il mio personale, chiudendo in 55′ questa prima parte di gara. Fino a qui nonostante il ritmo alto mi sono goduto la corsa, la gente, con somma ammirazione per i runner non vedenti e i loro accompagnatori, o per i runner che si sono messi a disposizione per far vivere la corsa a un compagno in carrozzina. Voce del verbo ammirare.
All’undicesimo il primo vero ostacolo. Una salita sostenuta, piuttosto lunga (300 metri direi, su per giù) e poi relativa discesa, che mette a dura prova le gambe. Sento un fastidio all’alluce sinistro, credo sia una fiacca, ma vado oltre. Giungiamo al 15esimo e come previsto muoio di sete, al ristoro afferro due bicchieri d’acqua, due fette di arancia e in ultimo i sali. In aggiunta al gel che ho preso in precedenza dovrebbe bastare per arrivare in fondo. Ma al 17 si fa dura: le gambe sono pezzi di legno, ho un dolore al fianco del ginocchio sinistro e un altro al quadricipite femorale destro.
Ma non mollo. Le parole di Ste mi spronano a stargli a spalla, io comincio a pensare a cosa mi ha spinto ad arrivare fino a qui.
Poco dopo, circa km 19, un episodio chiave: mi si affianca un runner, a sua volta affiancato da un amico in bicicletta. Le loro strade stanno per dividersi e il tizio in bicicletta lo guarda e gli dice:
mi raccomando tira dritto, e non aver paura di fare fatica.
Parole come uno schiaffo. Mi risuonano nel cervello a ripetizione, con quell’accento bresciano a renderle solenni. Una sentenza.
E allora eccoci, è il 20esimo, sento il profumo del traguardo, ci siamo ormai nuovamente immersi in città, il centro è vicino. Si intensifica il sostegno delle persone che a bordo strada guardano e incitano questo fiume di corridori affaticati ma determinati ad arrivare. Qualcuno si deve fermare, infortunato. Fa dispiacere, è un vero peccato, provo a correre anche per loro.
Sento intensificarsi il rumore della folla, Piazza della Loggia è ormai oltre questo arco sotto al quale passo correndo con tutta l’energia che mi rimane in corpo. Il traguardo è a 500 metri, le lacrime salgono ma le ricaccio giù. Mi viene da piangere, ma non voglio farlo. Singhiozzo, cercando di non perdere il ritmo. Ed eccomi, l’ultimo rettilineo, allungo per accorciare il tempo necessario a passare la linea di arrivo. Ad accogliermi una ragazza che mi porge la medaglia. Un ricordo che custodirò per sempre come il più prezioso dei tesori. Abbraccio Ste, è lui che mi ha portato fino a qui.
Raggiungo la mia famiglia. Sono esausto ma al settimo cielo. L’ho fatto! Ho corso mezza maratona dopo aver iniziato a correre in luglio. 9 mesi di allenamento. Di progressi, di sfide con me stesso, di obiettivi e tabelle, di divertimento e fatica. Di sacrificio. Un piccolo passo per l’uomo, un immenso passo per me. Un ex sedentario depresso che ha deciso di mettersi in gioco.
Non ponetevi limiti. E NON ABBIATE PAURA DI FARE FATICA.
Esistono due categorie di runner: quelli che contemplano lo stretching prima della corsa, e quelli che invece lo reputano un errore.
La cosa certa invece è che tutti riconoscono come fondamentale la fase di riscaldamento. Che sia una sessione ad hoc o semplicemente un km iniziale di corsa “blanda”, riscaldarsi è necessario per evitare fastidi e infortuni.
Tornando allo stretching: è chiaro che “a freddo” bisogna muoversi con cautela, ma nel momento in cui abbiamo dei punti deboli (come ho già avuto modo di raccontare io ho avuto qualche problema alla bandelletta, ad esempio) l’allungamento muscolare può aiutare a distendere eventuali tensioni e affrontare la corsa in modo più agevole.
Quando fa freddo come in questo periodo io faccio stretching in casa al caldo, una volta vestito per uscire a correre. In questo modo evito di allungare i muscoli quando fuori ci sono 0 gradi.
Ovviamente invece dopo la corsa (appena si è finito di correre o dopo un po’ rispetto alla fine dell’allenamento) lo stretching è obbligatorio. Non ci devono essere scuse.
Vi lascio qui un link a un articolo di RunLovers che approfondisce ulteriormente il tema è offre alcune indicazioni “tecniche”.